UN LIBRO, UNA STORIA: Recensioni, commenti, eventi e curiosità

giovedì 31 ottobre 2013

Un "santo" vescovo?

Ovvero: il maschio di fronte al "mistero" dell'universo femminile


• Viso affilato, sguardo magnetico. Non si può non restare affascinati da questo ritratto...
Quella del vescovo Daniel Zen è e resta una figura controversa. Roland Verra osserva che nel romanzo essa è un po’ troppo idealizzata, "poiché sappiamo che chi detiene il potere non può essere un santo"...
Vero: forse nella realtà Daniel non era esattamente uno “stinco di santo”. Le censure che gli furono rivolte in varie circostanze lasciano trasparire qualche dubbio sul suo effettivo comportamento (ah, quell’ “astuto fassano”!...). Ovviamente sono sospetti che il suo immaginario biografo – da buon amico – si premura di smentire.
Ma questo appartiene al romanzo, il resto lo dovranno appurare gli storici.

Cogliendo invece il ruolo che tale personaggio ricopre sul piano dell’invenzione letteraria, la mia amica O.R. avanza una “critica” di segno opposto: avrei dovuto osare di più.
“Mi sarebbe piaciuto vedere Daniel entrare di più, come uomo e religioso, nel rapporto con Dorothea e con se stesso. Alla fin fine provenivano entrambi dallo stesso mondo. Forse in quel momento avresti potuto approfondire il suo essere “maschio” e condurre una riflessione su questo. Ci si concentra sul rapporto tra i sessi: oggi le donne guardano molto se stesse, ma l’uomo – al di là degli stereotipi – che cos’è, che cosa dice di se stesso, come si vede?...” 

Eh già, avrei potuto... Raccontare del rapporto tra Uomo e Donna, in un preciso contesto storico-culturale, una sfida mica da poco. In confronto, ricostruire determinate vicende documentate è un gioco da ragazzi. A dir la verità ci ho provato anche, ma accidenti, per noi maschietti comprendere il mondo femminile è già un problema in generale: lì sta il vero “mistero”... 

Ci ho provato, senza riuscirci probabilmente, ma non attraverso Daniel, bensì attraverso Peter, suo alter ego, personaggio fittizio, che in quanto tale offriva totale libertà all’immaginazione.
Insomma Daniel più di tanto non poteva addentrarsi, per via razionale, nel rapporto con Dorothea, con la sua visione religiosa e la sua formazione tomista appresa presso i gesuiti. Più sale lungo la scala del potere e più si allontana da Dorothea. È ben vero che provenivano entrambi dallo stesso ambiente, ma ho preferito ugualmente attenermi a un'ipotetica differenza “strutturale” tra Uomo e Donna, anche e soprattutto nella cultura popolare. Per questo ho voluto ritrarre Daniel nella sua impotenza, nella sua solitudine: anche l’incontro in prigione con Dorothea (del tutto improbabile sul piano storico) è e resta un fallimento. Il povero Stauber avrebbe avuto meno condizionamenti intellettuali, tanto da poter sperimentare una forma alternativa di conoscenza grazie al rapporto “magico” ma instabile con Ursina (una santa? una vivana?), cosa che gli consente per un momento di affacciarsi all’altra dimensione. Tuttavia nemmeno lui si raccapezza più di tanto (ed io con lui): forse un’intuizione, un sogno, una visione, ma non molto di più.

Ho dunque preferito tentare l’impresa di dar voce direttamente a quelle donne, non solo a quelle poveracce illetterate finite in catene, o al rogo, ma a tutto quell’universo che sta dietro a loro, mille e mille anni di cultura femminile soffocata dal processo storico che ha segnato l’affermarsi dell’Occidente. Ma uno scrittore “maschio”, per quanto ben disposto ed istruito, di quell’universo non riesce che a cogliere qualche piccolo brandello, “Fragmenta” insomma...

mercoledì 16 ottobre 2013

Se questa è una strega...

Ancora la voce di "quelle donne": cliccate questo link...
http://youtu.be/YomvnFcceUg

• Ursina e Dorothea raccontano la storia "vera" di Maddalena de Valantin da Val, regola di Vigo.
Questa donna è passata dalla storia alla leggenda come la più malvagia e potente di tutte le streghe fassane: la strega Pilatona, portata al rogo a Bressanone in un paiolo di rame (De Rossi, 221).

Nella realtà ebbe probabilmente il torto di essere benestante, avendo sposato in seconde nozze l'oste di Pozza, Gregorio Pilat. Perciò negli atti è citata spesso come Maddalena Pillatin. Il suo è uno dei processi più corposi ed inquietanti tra quelli conservati negli archivi. La sua vicenda storica è riferita nel romanzo in controluce, quasi un controcanto frammentario, rispetto alla trama portante.

Sappiamo che già nel 1617 erano sorte dicerie nei confronti dei due tenutari della locanda, sita a Pozza nei pressi della casa De Rossi (oggi strada Dolomites). Si riteneva che la loro ricchezza provenisse dal possesso di mezzi magici: "semenze di felce", un gomitolo di filo che "fioriva" prodigiosamente, e soprattutto delle strane "pope" (bambole), simulacri diabolici che a richiesta fornivano denaro in abbondanza: il Patto col Diavolo, denaro e fortuna, in cambio dell'anima. Allora a tali dicerie le autorità non diedero credito, ma dieci anni dopo i due non ebbero scampo.
Ripetutamente torturata, Maddalena resiste finché può: nega, ammette e ritratta, infine capitola e confessa ogni sorta di delitti. In uno dei primi interrogatori gli chiedono di quando era sposata a Soraga col primo marito, dal quale aveva due figli: gli chiedono conto del figlio più piccolo, Antonio, che era morto o scomparso in circostanze strane. Non sono domande di circostanza, vogliono sapere se lei ha qualche responsabilità nel fatto: evidentemente qualcuno sospetta un infanticidio per mano delle streghe. Gli atti registrano freddamente la reazione di Maddalena: la donna si batte ripetutamente il ventre. Possiamo solo intuire il suo dolore, crudamente rinnovellato da quelle domande, da quelle insinuazioni...

Anche Dorothea de Freina ha perduto un bambino, neonato per giunta, avuto con un uomo sposato per giunta, da nubile. L'ideale per un sacrificio rituale: le streghe - secondo il Malleus maleficarum - ne mangiavano le carni durante i loro ritrovi notturni, e ne bollivano le ossa per ricavare l'unguento necessario per i loro sortilegi.
Dorothea sa, conosce quel dolore indicibile di madre, e conosce il peso di quelle infamanti accuse. E allora racconta. Racconta la "vera" storia di Maddalena de Valantin, detta la Pilatona. Se questa è una strega...


NB: Fragmenta n. 7. Il passo è splendidamente interpretato da Martina Chiocchetti e Loretta Florian (riprese e montaggio di Nicola Detomas). La traduzione si trova alle pagine 199-200 de "I Misteri del Cjaslir". Oggi lo potete scaricare dal web come ebook, al prezzo di soli € 4,90.

http://www.bookrepublic.it/search/?query=curcu+egenovese.

sabato 5 ottobre 2013

Piere dal Polver e gli altri

Questioni di modestia e di pseudonimi

• Il mio amico G.B., dopo aver letto e apprezzato (bontà sua) la mia “ultima fatica letteraria” mi manda un post su fb con il seguente rilievo:

«C'è solo una cosa che però mi ha lasciato un po' perplesso: a suo tempo, quando avevo letto gli altri tuoi due libri (usciti sotto pseudonimo) avevo molto apprezzato il fatto che avessi deciso di non metterti "in mostra", lo avevo trovato un gesto di splendida modestia che dava ancor maggiore luce alla tua sterminata cultura, perché quindi uscire allo scoperto ora e far riportare nel retrocopertina anche i libri usciti sotto pseudonimo? Che bisogno c'era? Perché uno dovrebbe pubblicare sotto pseudonimo e poi far sapere a tutti d'essere l'autore?
Tutto ciò non toglie i meriti dei tuoi scritti ma francamente la vedo come un'incongruenza che in sé non porta nulla.
Poi va detto che non trovando altri appigli per farti una critica mi sono dovuto aggrappare a questo per andare a cercare il classico pelo nell'uovo.»

A parte l'accenno alla "sterminata cultura" (che mi sembra un po' eccessivo), l’ho ringraziato, e lo ringrazio, per la sua amabile osservazione, anzi approfitto per rilanciare la discussione su queste pagine.

Confesso che ho inutilmente tentato fino all'ultimo di far uscire il libro sotto il nome di "Fabio C.", ma l'Editore è stato irremovibile. L'altra volta (con “il volo di Ícaro”) non c'erano stati problemi: in sostanza si trattava di un'auto-edizione, anche se l'amico Claudio Nicolodi ci aveva messo l'etichetta. Ho provato anche a far passare l'idea di firmare col nome del protagonista (Peter Stauber, alludendo all'altro pseudonimo "Piere dal Polver" che ho usato negli scritti ladini), sarebbe stato carino.
Forse non è nemmeno questione di modestia: è vero che non mi piace mettermi in mostra, però più che di anonimato, si sarebbe trattato di un "gioco a nascondino", o un gioco degli specchi, come è accaduto e accade ancora in letteratura.
Insomma, per un lavoro così impegnativo mi hanno convinto che era necessario anche "metterci la faccia". Non ti dico come ha risposto l'Editore quando (scherzando) ho citato l'esempio di "Melissa P.", ma lo potete immaginare...
Come avrei fatto, del resto, a presenziare alle varie presentazioni? con una maschera sulla faccia? C'era anche il progetto di restauro del dipinto... A quel punto, tanto valeva scoprire le carte anche con gli altri lavori, tanto la maggior parte sa e sapeva già. Scelta certamente criticabile, ma che volete, nella vita bisogna mediare.

Allora approfitto per citare per esteso anche i miei precedenti lavoretti, così magari qualcuno si aggiunge ai miei (stavolta davvero pochi) lettori.
Questo vale in particolare per “La storia vera del Drach de Dona”, libretto di un’ottantina di pagine pubblicato per l’appunto con lo pseudonimo di “Piere dal Polver” dall’Istituto Culturale Ladino (2005), e passato quasi inosservato (meno che all’acuta vista di Giorgio Jellici che lo ha recensito in “Mondo Ladino” 29). Del resto chi scrive in una lingua minoritaria sa benissimo che la cerchia dei potenziali lettori è assai ristretta.
Ma mi piace qui ricordare quel lavoretto, poiché contiene (pur in chiave ironica e satirica) riferimenti a temi e figure della mitologia ladina che ritorneranno nei “Misteri” come uno dei filoni portanti della narrazione. Per chi conosce appena un po’ di tedesco la relazione tra “Piere dal Polver” e “Peter Stauber” non ha bisogno di ulteriori spiegazioni.

La scelta di scrivere in italiano “Il volo di Ícaro. Storie di ordinaria marginalità a Salvador da Bahía” (Nicolodi 2003) è stata istintiva, quasi automatica, e le ragioni sono facilmente intuibili. Qui “Piere dal Polver” come pseudonimo non aveva senso: allora perché non “Fabio C.”? Suonava bene... Vabbè, è una storia lunga, che si conclude con un epilogo: “Ícaro non vola”, scritto nel 2010 dopo il mio ultimo viaggio in Brasile. Si trova in una pubblicazione online dell’Istituto di romanistica dell’Università di Berlino.
http://www2.hu-berlin.de/festschrift-kattenbusch/chiocchetti-icaro.html

Cito questa avventura solo perché qualche attento lettore dei “Misteri” avrà colto sicuramente qualche vago riverbero proveniente dal sincretismo afro-brasiliano. O sbaglio?

mercoledì 11 settembre 2013

La voce delle Vivane

A proposito dei "Fragmenta"...

• C'è chi li considera tra le cose migliori del libro, c'è chi fatica a prenderli sul serio. Punti di vista. Se però questo significa supporre che essi contengano affermazioni sulla realtà storica dell'epoca, allora non ci siamo. Sarebbe come dire che la stupenda opera di Filip Moroder riprodotta qui accanto sottintenda che le Vivane, Anguane o Ganes che dir si voglia, esistono davvero.
Qui siamo su un altro terreno, quello della creazione artistica, o letteraria (a prescindere dal risultato, beninteso). Ed eccola dunque la voce di queste creature, eccolo il "Lament de le Vivane", al frammento n. 9. E affinché la cosa fosse chiara, ecco l'indizio, nel commento del narratore:
"Sono i versi di uno strano canto che ho udito un giorno dalla voce dolcissima di Ursina sull'Alpe di Dier. Sembra contenere un dolente messaggio ai posteri, o un ammonimento. Ne ho trascritto rapidamente il testo a sua insaputa, ma non c'è stato il tempo di annotare la melodia. Un giorno forse lo farò, l'ho ben impressa nella memoria: è molto strana anch'essa, lamentosa, ma toccante".

Bene: Piere dal Polver ha colpito ancora. Ora è possibile ascoltarla, la voce delle Vivane. "Misteri", miracoli della tecnica (e del web). Cliccate qui, se non ci credete:
http://www.youtube.com/watch?v=6l_Mm_vALcA&feature=em-upload_owner

"O belle montagne, nostra magione
se l'uomo sapesse chi noi siamo
se sapesse che teniamo nelle nostre mani
salute, ricchezza e amore
non saremmo scacciate con il cane..."

Chi è Ursina? Chi è questo "Io narrante" alternativo che parla in nome di "quelle donne" e che si contrappone a Peter Stauber, pur nel tentativo di fargli intuire ciò da solo non riesce a comprendere razionalmente? Se vogliamo dargli un volto potremmo tornare per un momento a un'immagine già nota ai lettori di queste pagine: essa non è estranea alla genesi del nostro personaggio. 
Ma accidenti, questa non è una statua, è una foto, il ritratto di una persona "reale"!... E poi dicono che le Vivane non esistono! Ma allora? Com'è questa storia? Qualcosa vi ha già detto Cesare Poppi in un suo commento, ma cosa c'entra tutto questo col romanzo? Beh, magari ci torniamo sopra un'altra volta, se volete, ok?

P.S.:  Potete ascoltare l'intero brano nel cd "Marascogn - L poet e la vivana" (Union di Ladins de Fascia 2008). La prima strofa del testo proviene da un racconto della tradizione orale fassana, raccolto all'inizio del secolo da Hugo de Rossi (ora in: "Fiabe e leggende della Valle di Fassa", ICL 1984). Per informazioni e richieste:

union@ladinsdefascia.it
info@istladin.net
www.istladin.net

giovedì 5 settembre 2013

Il pensiero di un "Cimbro"

ovvero: Andrea Nicolussi Golo 

• Fabio Chiocchetti in un altro tempo lo si sarebbe chiamato uomo di multiforme ingegno, musicista e musicologo, studioso di linguistica, critico letterario, romanziere. Si interessa di Storia, quella con la S grande, ha dato alle stampe libri in italiano e ladino, ha incontrato la marginalità e ne ha scritto: indimenticabile il suo racconto “Il Volo di Icaro” e amaro il suo disincanto in “Icaro non vola più”. Ecco, quello che mi intimidisce in Fabio Chiocchetti è proprio questo, il suo approccio al sapere, fuori moda nel mondo di oggi. Spero di non offenderlo se lo definisco rinascimentale, ma per me è un grande complimento: di quei giganti ha la curiosità e lo stupore davanti alle cose anche se con la sua aria tranquilla da signore di campagna cerca di nascondersi.

Adesso Fabio si presenta con questo libro importante. Qualcuno, che dal cognome potrebbe avere origini dalla sua terra, recensendolo gli augura di diventare un best seller, perché ve ne sono tutti gli ingredienti, dice: mistero, suspense, crimine, religione e sesso, anch’io mi auguro e auguro a Fabio che il libro venda moltissimo (anche perché se non sbaglio i guadagni andrebbero impiegati per una buona causa), ma se ciò avvenisse non sarà di certo per gli ingredienti sapientemente amalgamati come si usa fare oggigiorno per costruire un best seller, un po’ di avventura, un pizzico di religione… (qualche grasso frate lussurioso fa sempre la sua bella figura dopo “Il Nome della Rosa”), una manciata di mistero, efferatezze assortite, una spruzzatina di storia vera e sesso QB… quanto basta. No, se questo libro avrà una grande diffusione, se avrà successo, sarà solo perché il mondo è un pochino migliore di quello che comunemente pensiamo, perché questo è uno di quei libri non inutili dei quali parlava Nuto Revelli nella sua poesia dedicata a Mario Rigoni Stern e a Primo Levi, autori appunto di libri non inutili, a giudizio del grande Nuto (e mio naturalmente). Sì, questo è un libro che vale la pena di leggere, un libro bello perché non facile, a mio avviso tutto il contrario, purtroppo, di un best seller di oggi.

Sono tanti gli incontri che si fanno dentro quelle 446 pagine e per tenere conto di tutto occorre davvero impegnarsi. Il primo incontro e non poteva essere diversamente è con la lingua ladina, una lingua che io non conoscevo. Per uno come me, che si occupa di lingue piccole ogni giorno questa potrebbe essere una confessione di inefficienza, ma non è così, il Ladino lo conosco e pensavo anche di conoscerlo piuttosto bene, ma non conoscevo questa lingua potente ed evocativa, che ha poco a che vedere con il ladino dei mass media. Ecco l’aggancio forte al tema di oggi: questo è ladino letterario, ben diverso da quello necessariamente usa e getta di una pagina di quotidiano. (...) Per le lingue piccole la cosa è ancora più complessa, difficilmente le lingue piccole riescono a cambiare tono ad avere registri diversi da quello orale, occorre impegno e conoscenza, conoscenza e impegno, entrambe profuse a piene mani da Fabio Chiocchetti in questo libro per il suo Ladino. 

Il secondo incontro è l’orso, il totem delle genti alpine, rispettato invocato e odiato in ugual misura, simbolo della forza primigenia della natura. Simbolo di una sacralità infinitamente lontana da una religione che il Concilio di Trento vuole cristallina di fede purissima, di solo cielo. Simbolo di una religione di terra. E in fondo questo racconta il libro lo scontro tra la sacralità della terra con la sacralità del cielo, uno scontro tra il corpo e l’anima. A specchio con l’orso l’altro incontro è con Nikolaus Krebs von Kues il vescovo di Bressanone, il cardinale filosofo, teologo, umanista, giurista, matematico, astronomo, l’uomo del Concilio di Basilea, l’ambasciatore del papa a Costantinopoli che, come sorgente carsica di sapienza, emerge per ricordarci qua e là il giusto equilibrio tra ragione, fede e natura. Io sono devoto a Nikolaus Krebs, Nicolò Cusano, mo lo è, anche se non esplicitamente dichiarato, pure il protagonista della storia… e forse anche Fabio Chiocchetti.

Naturalmente incontriamo il vescovo valligiano Daniel Zen da Vig, o meglio il suo biografo alter ego narratore Peter Stauber, che non può non raccogliere in sé anche molta della personalità di chi scrive. E poi incontriamo le donne, le dee della fertilità mascherate sotto mille maschere ma sempre riconoscibili, e poi le donne della sua valle, sua di Daniel ma anche sua di Fabio: donne che la fatica rende misteriosamente belle e forti. Donne a cui il libro è esplicitamente dedicato.

Non voglio svelare la storia, oltre a quello che recita il risvolto di copertina: “storia di un santo vescovo e di una presunta strega”, ma se per caso coltivate delle curiosità pruriginose attorno a streghe, inquisitori, uomini di religione, torture,... lasciate perdere, non provate nemmeno a leggere questo libro, rimarreste delusi, andate in una qualsiasi libreria e ne avrete da stufarvi: scaffali pieni di libri di genere vi aspettano. Questo non è un libro di genere, non lo è per come è nato, da fonti storiche, non lo è per come è scritto: io che l’ho appena finito di leggere posso assicurarvelo.
Se invece vorrete sapere qualcosa di più e di più profondo, di vero (nonostante l’artificio del romanzo) di noi, e metto in questo noi anche la mia gente cimbra, se vorrete saperne di più delle genti delle Alpi della loro fede perduta, che come i nativi d’America dava anima ad ogni essere del creato vivente e non, questo libro avete il dovere di leggerlo: vi farà riflettere a lungo. Grazie Fabio.


(Dalla presentazione de “I Misteri del Cjaslir”, in occasione del convegno “Le Parole del Cuore”, Festival della montagna consapevole Tra le Rocce e il Cielo, 30 agosto 2013)


A proposito di Cimbro mi viene in mente che nella mia lingua madre sono innumerevoli le tracce di antichi credi: il termine arcaico “hagezusa” per esempio, che stava ad indicare le sacerdotesse silvane, guaritrici e indovine, è passato nei dialetti germanici come termine dispregiativo “zusl”; nella lingua cimbra, “züzzl” conserva invece ancora intatte le sue connotazioni benigne, ancora oggi ti può capitare di sentire una vecchietta rivolgersi ad una ragazza in fiore dicendole “Du pist a züzzl”, e ad una bambinetta cortese e simpatica con il vezzeggiativo “Schauge betta schümma züzzele du pist”, ignorando naturalmente con questo di evocare le antiche sacerdotesse, ma per me che “so” ogni volta è un tuffo al cuore e non posso non andare con il pensiero a Dorothea e alle altre, a tutte le altre.

martedì 3 settembre 2013

Sulla presunta "religione delle streghe"

Un flash di Cesare Poppi, antropologo


• Ho troppi interrogativi - ma anche qualche certezza - sulla plausibilità di una sopravvivenza in epoca storica di una “religione” matriarcale, ecologista, pacifista, anarchica e buonista, nonché “monogenitrice/agamica”, per prendere gli intermezzi “sul serio” - pur nel senso fictional del termine (li trovo in tutta franchezza la parte meno convincente del lavoro: si concedono troppo al lettore dopo la fatica di seguire il dotto filologo). 
Questo non perché non creda alla “continuità” di certe espressioni (e frammenti di forme) culturali etc... - al contrario. È che non penso affatto, come hanno fatto la Murray (Ginzburg ed altri poi) che sia mai esistita una “religione” di quel tipo, con le sue teologie, liturgie, forme organizzative speculari e alternative alla “religione” così come si è configurata in quei secoli. 

Ho avuto modo di frequentare una “religione pagana” con una certa profondità d’esperienza per capire, secondo - certo - analogie etnografiche complesse, come non sia la “sostanza” di quello che uno “crede” ciò che conta, ma una compiuta ed impellente “forma” (Marx - forse Cassirer) dovuta alla micidiale condizione materiale dell'esistenza. Una Dorotea in QUEI termini è concepibile solo dal NOSTRO punto di vista: è dunque, etnostoricamente, a mio avviso etnostoricamente-centrica. Altrimenti non si spiega - ad esempio - come i Vagla neoconvertiti (NE Ghana) vadano a messa poi tornino a casa a sacrificare agli antenati, o come le prime “streghe” confessassero ingenue e tranquille: erano “su un altro pianeta culturale”. Forme dunque dell'esperienza religiosa incommensurabili ma storicamente hinged (intraducibile: “innestate le une sulle altre...”). Fra queste forme, in sintesi, c'è una differenza cruciale - cognitiva, psicologica, esperienziale: sono - dal punto di vista della cultura religiosa storicamente vincente (Il Libro, scrittura, interpretazione, potere clericale etc...: Giudaismo, Cristianesimo ed Islam, non a caso in sempiterno conflitto) - “dominanti” non solo nella forma, ma a fait historiquement accompli, anche poi nel dettare la forma del contenuto. 

Dunque non “religioni alternative”, come le vogliono i neopagani, che propongono caricature grottesche, ovvero modellate su forme di religiosità storicamente e culturalmente incommensurabili.
In sostanza: per me l'episodio “stregoneria” è - in tutto e per tutto, come già ho scritto e spero di poter prima o poi ribadire con più sostanza - un fenomeno largamente “moderno” - moderno e giocato DENTRO la modernità - e non sullo scontro fra una “modernità” vincente di contro ad una “tradizione” demonizzata e morente (mi fanno un po' paura in questo senso le letture “new age sotto l'ombrellone” che traspaiono da certi commenti nel blog). Versione illuminista oggi obsoleta, ma comunque vincente nelle sue versioni populiste...

lunedì 26 agosto 2013

Apollineo vs. dionisiaco

di Fabio Lucchi 


• Dopo avere terminato la lettura dei "Misteri", sono stato anche a Santa Giuliana: concordo nella sensazione di cui si è parlato anche nella presentazione del libro a Vigo, che si tratti di un luogo davvero particolare e chissà come doveva essere solo non tantissimi anni fa, senza la funivia.
Ho sentito dire che in Oriente, nei luoghi dove hanno vissuto e praticato monaci buddhisti la natura è più rigogliosa, c'è una serenità speciale che si protrae anche a distanza di molti anni dalla scomparsa di queste persone con caratteristiche non comuni. Vai a capire.

In questo è facile sentirsi simili a Stauber: tanti elementi raccolti, tante suggestioni che sembrano portare vicino ad "un qualcosa" che alla fine sembra sempre comunque allontanarsi ed aprire verso nuove ipotesi, senza mai arrivare ad una "quadratura" definitiva.
I Misteri del Cjaslir mi hanno riportato per una serie di analogie ad argomenti studiati ormai tanti anni fa e a suggestioni più recenti. Mi riferisco prima di tutto alle modalità conoscitive che Daniel Zen e Dorothea simboleggiano e che rimandano al tema dell' "apollineo vs dionisiaco", a questi due "mondi" che si ritrovano variamente declinati non solo nella cultura greca e non solo nelle regioni europee.
Ricordi liceali riportano ai passi del Simposio di Platone in cui Diotima, la "maestra" di Socrate di origine tracia che curava con l'erba di Zalmosside e spiegava che le cose possono essere e non essere anche nello stesso tempo, non prima in un modo e in seguito in un altro: la sua descrizione aiuta Socrate a delineare la "figura" del "tìmetaxú", di Eros ma anche di tutti i "daimones" che stanno fra le cose, fra le diverse dimensioni e "scompigliano" l'ordine logico e nello stesso tempo fanno "girare" le cose della vita. 
Tutto questo appartiene alla sfera di Dioniso e si contrappone ad Apollo, il dio che vede e colpisce da lontano con l'arco (anche Zen aveva fra le sue caratteristiche quella di dovere avvistare come le oche del suo segno famigliare)... le associazioni potrebbero proseguire e richiedere competenze specifiche che non mi appartengono e per le quali potrebbe essere interessante tornare a leggere i testi di Giorgio Colli, anche quelli in cui si ipotizza che anche Apollo - prima di essere la figura mitologica che conosciamo -, abbia radici arcaiche che rimandano anch'esse ad una tradizione dionisica più oscura, legata allo stato di manìa come situazione favorente la capacità delle pizie di vaticinare il futuro attraverso enigmi, ecc.

Questa cosa di Dioniso e di Apollo, del dio dell'arco (che conosce colpendo da lontano) e del dio della lira (che conosce immergendosi nell'oggetto della conoscenza), ce la ritroviamo da altre parti, in altre letture più vicine a noi. Ad esempio in Thomas Mann che nei suoi libri riportava proprio in prima pagina l'effige dell'arco e della lira: questa tensione fra opposti mondi passa probabilmente attraverso il tempo, attraverso i luoghi e ripropone un qualcosa di insito nella nostra psicologia, nel modo di stare insieme in modo sociale, ecc., come se fosse una sorta di sistole e diastole in ritmo del procedere delle cose e delle persone.
Non credo che ciò sia solo un argomento di conversazione vacanziera fine a se stesso..rimanda anche al senso della conoscenza scientifica, ai "saperi forti" che tendono ad imporsi-in un momento in cui le conoscenze o sono "basate sulle evidenze" (apollinee?) oppure non sono- sulla "debolezza" di molte discipline che tuttavia sopravvivono anche attraverso strumenti diversi.
Torno ai Misteri, a Dorothea e alla "sorelle" passando ancora per la Grecia e per Pergamo in particolare per recuperare una riflessione sulle radici dei percorsi di cura che sembrano andare a lambire quella complessità che Stauber coglie senza potere catturare appieno.
A Pergamo il tempio della medicina più importante di tutto l'ellenismo, c'era sì il tempio del dio della medicina ma accanto ad esso ce n'è uno più piccolo di un dio minore, di un tì metaxú verrebbe da dire, che è Telesforo, io dio/daimon della guarigione, il dio "che porta le cose a compimento": i pazienti, una volta ricevuta la cura del dio della medicina, si recavano presso il tempio di Telesforo per una notte in attesa di sogni che indicassero la guarigione o meno... siamo quindi, mi pare, in una dimensione non molto apollinea.

Con questo voglio dire che dalla grecità in poi ha continuato a porsi, in tutti i campi, il problema della irriducibilità ad un pensiero "unico" e che alla fine questo ritorna sempre o quasi anche quando o in quei settori dove sarebbe comodo negarlo o "addomesticarlo".
Non so se ci sia una soluzione per tenere insieme queste dissonanze o si debba imparare ad ascoltare e parlare questi due linguaggi...
I Misteri del Cjaslir mi hanno riportato a ripercorrere questi pensieri in un modo più o meno confuso: a me è piaciuto averne avuta l'occasione aggiungendovi del materiale della storia fassano che non conoscevo e per il quale La ringrazio.