UN LIBRO, UNA STORIA: Recensioni, commenti, eventi e curiosità

domenica 19 gennaio 2014

Torniamo a parlare di “streghe”

Ovvero: Gostanza e Dorothea, ree confesse

• Che la tortura sia stata una vera e propria “fabbrica di streghe”, come scrisse il gesuita Friederick von Spee nella sua “Cautio Criminalis” (1630) è un fatto incontestabile: a suo dire, nessuna delle ree confesse da lui stesso assistite fino al supplizio aveva davvero commesso i crimini di cui erano accusate. Per noi – oggi – è facile crederlo, ma a quei tempi era tutta un’altra cosa.
Chi volesse farsi un idea di come funzionavano questi processi (senza doversi leggere pagine e pagine di processi verbali) può vedere il film di Paolo Benvenuti “Gostanza da Libbiano” (2000), segnalatoci da Laiza Francato durante la presentazione dei “Misteri” a Bolzano. Lo si trova anche in streaming: 
http://www.youtube.com/watch?v=OXl_tHibQ4I 















È un film molto emozionante, girato e recitato benissimo, con una straordinaria Lucia Poli nei panni della protagonista, rigorosamente basato sui documenti pubblicati da Franco Cardini nel libro “Gostanza, la strega di San Miniato” (1989), dove si racconta di un caso accaduto nella diocesi di Lucca nel 1594.
Nessuna meraviglia se molte di quelle donne sottoposte al “tormento della fune” prima o poi capitolavano: i “tiri di corda”, magari con l’aggiunta di pesi di varia misura, avevano effetti devastanti, e in più erano “puliti”, non davano versamento di sangue. Oltre alla paura di altro straziante dolore, a fiaccare anche l’ultima resistenza interveniva la violenza psicologica: la minaccia della dannazione eterna.

Anche nei processi fassani troviamo gli stessi ingredienti. La cosa più sorprendente è il fatto che le confessioni sono sempre identiche, o quantomeno ricalcano sostanzialmente lo stesso schema: alternano ammissioni e ritrattazioni, finché a un certo punto si arrendono e cominciano a raccontare e raccontare... 
Come Gostanza, anche Dorothea (dopo cinque interrogatori con tortura) finisce per ammettere ogni sorta di nefandezze inverosimili, compresa l’uccisione di persone che poi risultano vive e vegete; riferisce a sé persino certe sequenze narrative sulle streghe proprie della tradizione popolare, giunte fino ai nostri giorni. La differenza è che a Gostanza andò bene: l’inquisitore di Firenze, Dionigi di Castrocciaro la fa rimettere in libertà, punita solo con l’esilio, perché «alla fine s’è veduto che cotesta povera vecchia tutto ha detto per tormenti e non è vero niente».

A quel tempo ormai la Chiesa tornava a dubitare della realtà della stregoneria, ritenendo al massimo quelle donne portatrici di superstizioni disdicevoli e credenze fallaci, come ai tempi del cardinal Cusano. Invece, come si racconta nei “Misteri”, nelle Terre Imperiali i processi per stregoneria erano affidati non più alla Santa Inquisizione, bensì ai tribunali civili, e qui i giudici “laici” non si facevano tanti scrupoli morali o dottrinali: più che il peccato di eresia, quelli intendevano perseguire il crimine contro l’ordine sociale...
Insomma quello di Gostanza fu caso più unico che raro: altrove sarebbe bastato molto meno per mandarla al rogo, anche in tempi successivi. In Fassa ad esempio, furono scagionate soltanto quelle che resistettero eroicamente alle torture, senza ammettere alcun crimine, magari lacrimando copiosamente, a dimostrazione che non era il Demonio a renderle insensibili al dolore...

Ma come la mettiamo con quelle che confessavano di essere streghe ancor prima di essere torturate? è accaduto anche in Fassa: ed è proprio da qui che si diparte l’infinita catena delle accuse contro le presunte complici... In effetti quella delle confessioni spontanee è una cosa sconcertante, intorno alla quale mi sono (inutilmente) arrovellato.

In ogni caso sembra di poter dire che le confessioni (spontanee o forzate) non siano affatto invenzioni improvvisate individualmente, ma racconti declinati sulla base di un patrimonio di credenze comune a larghi strati della popolazione, per un arco spazio-temporale assai ampio. A meno che... quelle che confessavano spontaneamente non fossero streghe per davvero, e il Sabba una realtà, non un sogno o una proiezione mentale collettiva. Voi che ne dite?

martedì 7 gennaio 2014

La Vivana scacciata

Ovvero: terza variante di uno stesso mito














• Qual è la colpa che provoca la desertificazione dell’alta montagna? Nel caso del Salvan sembrerebbe essere l’ingordigia degli uomini, i quali non si accontentano del suo dono straordinario (il segreto per trasformare il latte in formaggio) ma pretendono anche il possesso dei pascoli che il lavoro del pastore ha reso produttivi. 

Casi analoghi sembrano essere quelli narrati nella contìa della Marmolada, o (con rivestimento “cavalleresco”) in quella relativa al mitico “Giardino delle Rose”: ghiaccio e roccia al posto di una natura rigogliosa, come punizione per una regola infranta. Nella leggenda del Salvan, tuttavia, oltre la dimensione strettamente etica sembra di poter intuire, su un piano storico-sociologico, il riflesso di un conflitto epocale tra pastori e contadini. Insomma una questione fra maschi. Nella “Canzun da Sontga Margariata” invece il nume dell’alpe ha sembianze femminili, proprio come nella leggenda della “Vivana scacciata”. 

«Sull’alpe di Pozza un pastorello rifiuta il cibo ad una Vivana e la scaccia col cane, scambiandola per una Bregostana, creatura temibile e malvagia. La punizione è crudele: “No plu pabol per te t’aras”, non avrai più cibo che possa saziarti e sarai un “selvatico” ridotto a pelle e ossa, per la fame incessante». 

La regressione allo stato di natura sembrerebbe una sorta di contrappasso per aver negato il cibo al prossimo. Ma anche stavolta dietro la “morale della favola” sembra nascondersi ben altro: in fondo si è trattato di un equivoco, causato dalla paura, non da malvagità o scarsa carità cristiana. La punizione sembra eccessiva...
Infatti, a mio avviso, non è per questo che il giovane pastore viene punito, ma per il fatto di non aver riconosciuto e onorato la “Dea dei boschi e delle rocce”, colei che può elargire l’abbondanza e la può negare. Del resto, come si fa a scambiare una Vivana per una Bregostana? Bisogna proprio esser ciechi, o sciocchi... 

Allo stesso modo il Paster petschen del canto grigionese viene punito non tanto per aver scoperto la “femminilità” dell’essere che si nascondeva sotto le vesti del mandriano, ma per non averne riconosciuto la “divinità”: rifiutando i doni prodigiosi della Dea egli si dimostra cieco e sciocco quanto il collega fassano.

Forse non è del tutto accidentale il fatto che la Dea, prima del compimento del suo tempo (sette anni meno 15 giorni), riveli al pastorello la sua vera natura, mostrando “il suo bel seno bianco”: non è forse questo il simbolo della vita e della fecondità? Forse allora davvero l’immagine scabrosa delle Tre Sante Vergini di Maranza, quella con la figura centrale a seno scoperto e braccia aperte, non rappresenta affatto un martirio, bensì una vera e propria “teofania” femminile...

FREYJA
La conseguenza per questo mancato riconoscimento è terribile: in entrambi i casi l’abbandono del mondo umano da parte della divinità benefica comporta sterilità, fame, carestia e desolazione.

A questo punto i dettagli diventano importanti. In una delle versioni fassane la Vivana torna insieme a due compagne: si forma quindi una TRIADE di entità femminili, le quali prima di annunciare il castigo salgono su un’altura e cantano il loro lamento:

“se jent saessa chi noi sion
che ton, aur, amor te man aon
scaré col cian no fossaron”



Già. «Se gli uomini sapessero chi noi siamo, se sapessero che abbiamo il potere di donare salute, ricchezza e amore, non saremmo scacciate col cane». Così cantano le Vivane... http://www.youtube.com/watch?v=6l_Mm_vALcA&feature=em-upload_owner

(De Rossi, Fiabe e leggende della Val di Fassa, 1984, p. 154 e segg. Per inciso: da qui si diparte il fil rouge che attraversa per intero il romanzo iterando il motivo dei “doni delle vivane”. Uno sviluppo letterario del tema compare anche in uno dei Fragmenta, il n. 9, intitolato “Lament”. Vedi anche il Post di settembre: “La voce delle Vivane”) 

Anche “Sontga Margriata” dopo aver punito con la morte il pastorello canta dall’alto di un poggio il suo addio al mondo umano (ed anche questo è un dettaglio che accomuna le due leggende). È un canto triste e dolcissimo, pieno di vezzeggiativi e di espressioni affettuose che sembrano voler attenuare le conseguenze devastanti dell’atto fatale per l’equilibrio dell’alpeggio: “O ti funtaunetta... o ti plaunchetta... ah, mia buna jarva...”. Cose e animali a loro volta piangono disperatamente il commiato della Dea, la quale evidentemente non se ne va dall’alpe per dispetto, ma ne è allontanata dalla superbia e dalla cecità umana: come nella leggenda fassana.

Già il vescovo Christian Caminada ipotizzava che sotto le vesti di questa improbabile “Santa Margherita” si nascondesse la dea germanica Freyja, dea dell’amore e della fertilità. Più recentemente Karen P. Smith (citata nel Post precedente) spiega come la figura della Santa Vergine e Martire di Antiochia (la cui esistenza storica è fortemente discutibile) possa essere interpretata come il risultato di una sovrapposizione di elementi di diversa origine: l’associazione con il Drago la avvicinerebbe alla figura della “donna-serpente”, entità liminare mediatrice tra il mondo umano e quello ultraterreno (come Melusina), mentre l’attributo di protettrice delle partorienti (cosa strana per una vergine) la qualificherebbe come dea della fecondità e del ciclo vita-morte: così nella cantica grigionese essa ha il potere di generare la vita dalla terra, ma al tempo stesso produce il ritorno di un essere vivente nel grembo della terra. 

Ma non basta: anche Santa Margherita si fa in TRE, proprio come la Vivana della leggenda fassana. Nel Medioevo, osserva Karen Smith, Margherita è spesso parte di una TRIADE insieme con Barbara e Caterina, e talvolta al posto di Barbara troviamo Giuliana o Dorotea
Ecco dunque ancora una volta le “nostre” Sante Vergini che giocano a “Tria mulinello” (v. IMMAGINI, n. 7), epifania variabile della Dea triforme. Le conosciamo bene, noi che con Peter Stauber indaghiamo i “Misteri del Cjaslir”: manca solo Sant’Orsola...

sabato 28 dicembre 2013

La Dea dell’Alpe

Ovvero una improbabile “Santa Margherita” 

• La “Canzun da Sontga Margriata” è una delle più suggestive testimonianze della cultura alpina pre-cristiana: un testo nell’arcaica lingua della Surselva, tramandato su una melodia salmodiante d’altri tempi, che giunge fino a noi portandoci la voce della Dea primordiale della fertilità, colei che sovrintende al ciclo della vita e della morte. Il nostro Peter Stauber conosce questo canto (Cap. VI), poiché sua madre era di lingua romancia: ed è plausibile che all’epoca esso fosse largamente noto, se fino alla metà del sec. XIX veniva ancora cantato dalle contadine engadinesi durante il lavoro dei campi. Così afferma Christian Caminada, l’erudito che lo raccolse nel 1931 dalla voce di Catarina Gartmann-Casanova di Pruastg. Un caso singolare, anzi un vero miracolo, poiché costui era il vescovo cattolico di Coira: un altro al posto suo l’avrebbe certamente condannato e proibito severamente, per manifesto “paganesimo”. Ma si trattava anche di un importante documento della lingua romancia, forse il più antico...
Per accostarsi ad esso suggerisco innanzitutto di ascoltare Corin Curschellas, l’artista che lo fa rivivere in veste moderna, ma con la stessa intensità di una vestale antica.


Sontga Margriata ei stada siat stads ad alp,

Mai quendisch dis meins.

In di eis ella ida dal stavel giu,

Dada giu sin ina nauscha platta,
Ch’igl ei scurclau siu bi sein alv.

Paster petschen ha quei ad aguri cattau.

«Quei sto nies signun ir a saver,

Tgeinina zezna purschala nus havein.»




Traduzione:
Santa Margherita stette sull’Alpe / per sette estati, meno quindici giorni. / Un giorno scendeva dal pascolo, / scivolò su una pietra cattiva e cadendo / scoperse il suo bel seno bianco. / Il giovane aiuto-pastore se ne accorse: / “Il malgaro deve pur sapere / che razza di pastora giovinetta abbiamo qui” (...)

Corin Curschellas ne canta solo alcune strofe, ma potete trovare nel web il testo integrale con la versione tedesca a fronte:
http://de.wikipedia.org/wiki/Canzun_de_Sontga_Margriata

La storia si conclude in questo modo: la giovinetta (nel testo purschala sta proprio per "pulzella") chiese al piccolo pastore di mantenere il segreto, promettendogli una serie di doni straordinari, ma inutilmente, così alla fine presa dall’ira lo fece sprofondare sottoterra e se ne andò lontano maledicendo l’alpeggio che essa aveva fatto rifiorire: da allora i rigogliosi pascoli si seccarono e persino le sorgenti furono prosciugate.

Anche nelle Dolomiti si racconta di pascoli trasformati in sterili pietraie, ma per opera del Salvan, signore dell’alpe; questi prima rivela agli uomini i segreti della caseificazione, poi ne viene malamente scacciato, perché quegli ingrati vogliono impadronirsi degli alpeggi. Questo Peter Stauber lo sa, e non può fare a meno di associare le due leggende, intuendo che in entrambi i casi si ha a che fare con antiche divinità benefiche della fertilità, offese e ripudiate.
Nel romanzo non si dice di più, ma scorrete il testo della cantica grigionese: quali sono i doni che la Santa giovinetta promette al malcapitato pastorello? passi per le tre camicie che più le sporchi e più bianche diventano, ma poi si tratta di “tre belle pecore, che puoi tosare tre volte l’anno”, quindi “tre belle mucche, che puoi mungere tre volte al giorno”, poi “un bel prato recintato, dove puoi falciare tre volte l’anno”, ottenendo ogni volta lana, latte e fieno in grande quantità. Ma non basta: alla fine la Santa promette in dono “un mulino che di giorno macina segale e di notte frumento, senza doverci mai mettere nulla”. Non sono questi i doni dell’abbondanza, i “doni delle vivane” di cui parlano le leggende fassane? E non è forse prosperità, salute e amore ciò che portano agli uomini le Tre Vergini di Maranza?

E Santa Margherita, vergine e martire d’Antiochia, cosa c’entra? Lo vedremo la prossima volta: scopriremo altre connessioni interessanti, confrontando in particolare la “Canzun da Sontga Margriata” con il racconto fassano de “La Vivana scacciata” (De Rossi, 1984). 

Intanto vi segnalo il bel saggio di Karen P. Smith, Serpent-damsels and Dragon-slayers: overlapping Divinities in a medieval Tradition, 2006 (che potete leggere anche sul web) e vedrete presto la nostra Santa giovinetta farsi letteralmente in Tre... 

domenica 22 dicembre 2013

Triadi divine e divinità triformi

Potenza del numero Tre, e non solo...

• L'immagine delle Tre Sante Vergini di Maranza, in particolare quella assai poco ortodossa riprodotta in copertina e commentata più volte su queste pagine, viene associata dagli studiosi alla figura delle "Tres Matres" della tradizione pre-cristiana. Che si tratti di una triade di divinità femminili, ovvero di una rappresentazione della natura ciclica del mondo articolata in tre fasi (nascita - maturità - morte) e conseguente "eterno ritorno", sta di fatto che nell'antichità tale nozione si concretizza nella figura di Ecate triforme, di cui vediamo qui sotto una bella interpretazione moderna dell'artista fiemmese Mariano Vasselai, creata appositamente per "I Misteri del Cjaslir".

Dea lunare e ctonia al tempo stesso, essa viene rappresentata talvolta come figura tricefala, talvolta come unione di tre figure femminili nelle tre fasi della vita (vergine - madre - anziana), non di rado invece come semplice triade di donne eternamente giovani: insomma come le nostre Tre Sante Vergini. Quali che siano le complesse relazioni che connettono Ecate alle varie divinità dell'Olimpo greco-romano, vi si riconosce un'eco della dea primordiale chiamata Mater Matuta, o Bona Dea, dispensatrice e garante della fertilità del suolo e degli esseri viventi.



Come tutti sanno, rappresentazioni triadiche analoghe (per lo più femminili, ma non necessariamente) figurano in molte religioni antiche, dall'Oriente alle Civiltà pre-colombiane, non è il caso di insistere. Vorrei qui invece ricordare la presenza di una divinità maschile polimorfa nella cultura europea arcaica, propria delle popolazioni slave dell'Est europeo: si tratta di Swiatowid (o Svetovit) venerato in Polonia e nei paesi baltici come dio dell'abbondanza e della guerra, solitamente raffigurato con quattro facce, in quando in grado di dominare con lo sguardo ogni angolo della terra. I suoi attributi sono la spada (o l'arco) e la cornucopia.

Probabilmente l'associazione con San Vito (peraltro venerato anche nei paesi slavi) è del tutto fittizia. Però immaginate lo stupore di Peter Stauber allorché, passeggiando per la città di Bressanone, all'incrocio dei Portici Maggiori con i Portici Minori si imbatte nella statua di un Salvan con tre teste che incombe dall'alto di una casa. Già era sconvolto dalla visione del Padreterno con tre volti in S. Giuliana (v. IMMAGINI, n. 5), cosa dovrebbe pensare? Se poi si viene a sapere che secondo la tradizione dalle tre bocche della statua escono talvolta delle monete d'oro, l'associazione con la cornucopia è inevitabile...
A dire il vero, sembra che al Salvan di Bressanone le teste laterali siano state apposte in tempi più recenti, ma questo in un romanzo è soltanto un dettaglio trascurabile...
Resta da dire che a me 'sta cosa fa venire in mente il "Manitù" che compariva nel carnevale moenese di qualche decennio fa, maschera in forma di "Om dal Bosch" bifronte, come il Giano latino, o un mezzo Svetovit.
Insomma, non solo il Tre, ma anche il Quattro, ha cittadinanza tra le divinità polimorfe, non vi pare?...

lunedì 2 dicembre 2013

Segni, sogni e sante



• E di questa immagine, che mi dite? è talmente insolita ed inquietante che il lettore dei “Misteri” per lo più resta spiazzato, quasi intimorito: pochissimi infatti me ne ha chiesto la ragione.
Se devo essere sincero, all’inizio l’ossatura del romanzo non prevedeva nulla di tutto ciò, poi ad un certo punto quell’immagine si è imposta con la forza della necessità (potenza della suggestione!), finendo addirittura in copertina.

Ebbene, questo è uno dei “segni” che vengono inviati al povero Peter Stauber (in sogno e nella realtà), forse quello più eloquente, quello che gli consente di rispondere alla domanda: “che cosa si nasconde dietro il culto delle Sante Vergini del Cjaslir”? 

Sulle origini del culto delle cosiddette “Tre Sante Vergini di Maranza” non si sa molto. Si tratta per lo più di leggende e dicerie, e quel poco è riferito nel romanzo. Ma Aubet, Kubet e Gwere: che razza di nomi sono questi? Già, è un bel problema, ma ciò che interessa qui è un altro aspetto della questione: che razza di raffigurazione è mai questa? Cosa ci fa quella povera Santa Gwere seminuda appesa ai rami degli alberi? e le due sorelle oranti ai suoi piedi, rappresentate quasi come la Madona e San Giovanni ai piedi della Croce sul Calvario?

 In effetti questa è l’unica immagine al mondo (per quanto se ne sappia a tutt’oggi) che raffigura le tre sante in quella postura. Solitamente esse appaiono sullo stesso piano, sostanzialmente connotate da attributi iconografici equivalenti: la palma del martirio, il diavolo alla catena, oppure vari attrezzi agricoli, il tutto in modo assai convenzionale, nonché compatibile con la tradizione agiografica che le contraddistingue. 
Per gli studiosi quest’immagine è un vero enigma. Qualcuno la accosta a Santa Kummernis, raffigurata nell’iconografia popolare crudamente martirizzata in croce, irsuta e con tanto di barba (per sfuggire al pagano stupratore aveva ottenuto dal Signore di poter assumere sembianze maschili...), ma come argomenta acutamente Ernst Büch (Der Schlern 1974), qui le cose non tornano: non c’è barba né peluria, e soprattutto non c’è croce, non c’è sangue, non c’è martirio.

C’è invece questa struttura “a triangolo”, che pone una delle tre figure al di sopra delle altre, quasi come una divinità, o comunque una entità sovraordinata. L’accostamento che viene fatto da Büch è con le triadi femminili delle culture antiche (per es. le “Tres Matres” celtiche), spesso raffigurate in modo gerarchico. A me è venuto spontaneo l’accostamento con le tre Vivane che compaiono nella leggenda “La Vivana e l cian”, riferita dal De Rossi (Fiabe e leggende 1984), quando tornano per pronunciare la maledizione, o l’incantesimo, contro colui che le ha offese: quella centrale assume chiaramente il ruolo di “Gran Vivana”... Insomma un’immagine che ha ben poco a che spartire con l’iconografia cristiano-cattolica.

De resto chi conosce la religiosità delle popolazioni afro-americane dei Caraibi o del Sudamerica sa benissimo come dietro le figure dei santi cristiani i discendenti degli schiavi abbiano continuato e continuino a venerare le proprie divinità ancestrali, gli Orixás. E come nel romanzo di Jorge Amado la statua di Santa Barbara (quella dai fulmini) improvvisamente prende vita sotto le sembianze di Yansã per andare tra la gente per sistemare le cose, così nel nostro è l’effige di Sant’Orsola che sparisce e assume forme umane per operare in mezzo al popolo, nella figura inafferrabile di Ursina, o di quell’entità che si rivela a Stauber sotto questo nome...

Troppo azzardato, eh? Cosa c’entra il Brasile con le valli alpine? Nulla: si tratta pur sempre di un romanzo.
Però a pensarci bene nella tradizione ladina c’è qualcosa di simile: la statua di Santa Giuliana in caso di pericolo si anima e scende dall’altare con la spada sguainata per mettere in fuga i nemici del popolo. Niente male, non è vero?

mercoledì 20 novembre 2013

...e allora parliamo di Ursina

... così vi svelo un piccolo retroscena

• L'amico Marco ha ben inteso il ruolo di Ursina, figura emblematica dell'universo femminile e simbolo dell'Eros come forma di conoscenza. Tuttavia è evidente fin dal nome: lei non appartiene propriamente alla società valligiana, altrimenti si chiamerebbe Órsela, come altre donne del romanzo. 
Ursina è infatti la versione esotica (= romancia) di "Ursula", nome comunque connesso con sant'Orsola, e prima ancora con l'Orsa della mitologia.

È altrettanto evidente il richiamo alle Vivane (o Ganes, o Anguane che dir si voglia), creature femminili affascinanti e misteriose che nella tradizione ladina e alpina in generale si uniscono talvolta agli uomini, ma solo a determinate condizioni e per un arco temporale delimitato. Una manna per antropologi e folkloristi (la letteratura sul tema è ormai piuttosto vasta) che si accapigliano per studiare e spiegare i significati nascosti nell'immaginario popolare.
Perché, ovviamente, si tratta di figure dell'immaginario, non è vero? anche se ancora oggi si racconta che in passato queste esistevano davvero, anzi era capitato proprio al classico "bisavolo del cugino di mia moglie" di averne sposato una, ecc. ecc. In realtà nessuno le ha mai viste... 
Eppure, quella immortalata nella foto che ripropongo qui sopra potrebbe proprio essere una Vivana: così grossomodo le descrivono le fonti.

Come dicevo in precedenza, l'immagine non ha nulla a che vedere con la tradizione alpina, ma proviene dalla lontana Lettonia, terra dove "è ancora viva un'antica religione dell'età del Bronzo". Forse la definizione è impropria, ma cito testualmente da un réportage sui riti agrari ancora in uso a quelle latitudini per la festa di Janis, ossia San Giovanni, che cade per l'appunto il 23 giugno, solstizio d'estate. Lo si trova pubblicato in una nota rivista di divulgazione più o meno scientifica. L'amico Cesare Poppi, che all'evento documentato ha preso parte in qualità di antropologo, me ne ha parlato diffusamente. 
Ora posso confessare che a queste testimonianze si ispira liberamente la descrizione dei rituali agresti che in modo del tutto arbitrario ho attribuito a quella conventicola di donne chiamate nel romanzo Fies de Sentovit (figlie di San Vito).

Le immagini parlano da sé. So di incorrere negli strali dei censori, ma tant'è, ognuno si faccia un'opinione e magari dica la sua. Ci sarebbe anche la foto dell'antropologo che balza coraggiosamente oltre il fuoco, rischiando le chiappe, come fa - sempre nel romanzo - il buon Peter Stauber, ma per ora soprassediamo!
Con ciò (ripeto) non ho inteso e non intendo affermare che si esistita una presunta "religione delle streghe": tuttavia, se questi rituali "pagani" sopravvivono ancora oggi in Lettonia, non potrebbero essere stati in uso anche nelle valli alpine in tempi più o meno remoti, prima che la cristianizzazione potesse decretarne la definitiva scomparsa? Certi elementi che si tramandano nei racconti popolari relativi alle Vivane lo lascerebbero comunque supporre... 

martedì 12 novembre 2013

Sostiene Marco Viola...

a proposito di Ursina


• Un romanzo storico frutto di un amore sconfinato per la propria valle e di una rigorosa maniacale attenzione ai particolari, per cui nulla v'è di inventato tranne gli ingredienti necessari a creare un (buon) romanzo. La credibilità e la corretta storicizzazione sono tra le più attendibili e godibili che è dato trovare nel genere; con tutto ciò la lettura è illuminata dall'intreccio di vicende amorose e da intrighi di potere, da conflitti ideologici e da gelosie feroci. I molti commenti sul blog danno ragione della vicenda storica, del fenomeno delle streghe, dei rapporti fra Fassa e il Principato vescovile di Bressanone, ma una delle chiavi di lettura più affascinanti è data dall'amore come via per la conoscenza profonda e intuitiva del mondo. La donna - non ogni donna, va da sé - ma "una donna" può farti balenare saperi ignoti, può rappresentare la porta verso un modo di conoscere diverso da quello abituale, razionale e costruito, lento e pesante. Con Ursina Fabio Chiocchetti ha creato una figura misteriosa ed emblematica insieme dell'universo femminile che anima le nostre montagne: vale davvero la pena di conoscerla.